La pallavolo ha bisogno di Eroi

La pallavolo ha bisogno di Eroi

 

La pallavolo è questo, è unione, interconnessione, integrazione, è squadra.

Ognuno è parte del circuito, tutti i componenti sono fondamentali, è un organismo in cui quando qualcosa non funziona gli altri organi intervengono per sopperire la carenza.
Nella difficoltà del singolo si esalta la forza del collettivo. Quante volte vi è successo di aiutare un vostro compagno durante una partita coprendolo magari in ricezione?

La pallavolo è organizzazione, è un meccanismo perfetto dove tutti hanno il loro compito e questa sincronia si trasforma in spettacolo.

Ma come è possibile che già, dopo meno di 2 mesi, la pallavolo sia tornata a essere trasparente, invisibile ai media, quello stesso sport che ha riempito i palazzetti di Torino, Firenze, Bari e Milano e ci ha fatto svegliare di prima mattina, solo per riempirci il cuore di emozioni?

La pallavolo non c’è, siamo tornati nell’ombra…i mondiali sono finiti e già hanno smesso di parlare di noi.

Eppure è sempre lì la pallavolo chiusa nei suoi 81 mq, con 12 atleti che si danno battaglia e ci guarda attraverso le maglie della sua rete, aspettando sempre fiduciosa che qualcuno si accorga di lei.

E’ già successo alle Olimpiadi nel 2016 con il capolavoro di Italia USA, è successo a settembre dopo le 7 sinfonie dell’Ital Volley, è successo ora dopo la cavalcata azzurra fino alla finale contro la Serbia e sembrava che tutti non potessero farne più a meno.

Siamo una montagna russa dalle cime altissime, ma dalle pianure che possono durare 2 anni di percorso.

Eppure quella passione che risiede nei palazzetti, nelle squadre di provincia non si è mai spenta.

Solo noi possiamo accendere la miccia, possiamo divampare l’incendio e infuocare i media.
Solo noi possiamo rendere la pallavolo inesauribile, una pila atomica.

Noi siamo la pallavolo, noi siamo un gruppo, noi siamo pallavolisti.

Mattia

Ps. Se ami davvero la pallavolo non puoi esserti perso la prima parte del nostro editoriale 

Scopri la 1° parte di questo editoriale